Nella prima metà del 2020 abbiamo dovuto tutti familiarizzare con il termine lockdown, e per molti il prezzo da pagare è stato molto caro. Inoltre le attività, l’industria, il lavoro si sono per la maggior parte arrestati, e ciò ha arrecato gravi danni all’economia mondiale. Ora l’ombra di una nuova possibile chiusura, dovuta all’aumento dei contagi e all’abbassamento dell’età media dei contagiati, torna a far temere per il peggio (https://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/biotech/2020/08/18/coronavirus-si-abbassa-leta-dei-contagi_09429668-6d81-4543-92ed-cf3ceb57de8a.html). Tuttavia c’è stato un effetto positivo che questo avvenimento storico ha portato con sé: le città hanno potuto respirare, i livelli di inquinamento si sono notevolmente abbassati proprio laddove era registrata già da tempo la pericolosa concentrazione di inquinanti e polveri sottili, dannosa per l’ambiente e la salute dell’uomo.

Sono state proprio le grandi città e le aree più industrializzate del mondo – con un’alta concentrazione di inquinanti – a essere state più duramente colpite: a inizio pandemia, una grande città come New York (di oltre 8 milioni di abitanti) contava 300mila contagiati, con più di 21mila morti. Un altro esempio esplicativo arriva dalla lontana Corea del Sud, che ha avuto 11mila contagi, di cui 7mila registrati a Taegu, la città dell’industria manifatturiera per eccellenza. Questi numeri nel corso dei mesi sono cresciuti, arrivando a cifre ancora più alte nei mesi estivi (https://tg24.sky.it/mondo/2020/08/22/coronavirus-mondo).

Nel nostro Paese è stato l’industrializzato Nord a essere più colpito. Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto, la cosiddetta “locomotiva” d’Italia, hanno raggiunto nel mese di aprile i più alti picchi di contagio e mortalità (http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=84205). Non sembra quindi un caso che proprio la città di Wuhan, da dove tutto è partito, si trovi nella provincia dell’Hubei, centro economico e culla dell’industria moderna in Cina.

Da questa breve analisi appare fin da subito chiaro come l’industrializzazione, l’inquinamento e la concentrazione di polveri sottili rappresentino un minimo comune denominatore. Parte proprio da questo assunto il progetto PULVIRUS. Si tratta di un’alleanza scientifica, volta fortemente al futuro, che nasce con lo scopo di verificare se vi sia una correlazione tra livelli di inquinamento atmosferico e picchi di contagio.

In prima linea, tra le fila analitiche e scientifiche coinvolte in questo progetto, troviamo l’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), l’ISS (Istituto superiore di sanità) e l’SNPA (Sistema nazionale di protezione ambientale). A livello regionale, queste istituzioni vengono affiancate dalle ARPA (Agenzia regionale per la protezione ambientale) del Piemonte e dell’Emilia Romagna.

La base di partenza può essere riassunta da una semplice constatazione: nessuno può definire se stesso “sano” in un ambiente malato. Non possiamo infatti avere l’ardire di proclamarci esseri sani in un ambiente che viene costantemente sfruttato e inquinato, fin oltre il limite, dalle nostre attività. Il periodo di lockdown ha fatto certamente registrare un calo dei consumi e delle emissioni (e ciò ha senza dubbio giovato all’ambiente), ma lo studio di tutti i fattori coinvolti (e già studiati da tempo) nel panorama scientifico intorno alla salvaguardia ambientale non fa gridare al miracolo. È ormai da decenni fuor di dubbio che l’esposizione ad agenti inquinanti sia un fattore determinante per il peggioramento della qualità della nostra vita. Resi più deboli, infatti, gli esseri umani risultano più vulnerabili.

Ora, a questi dati empirici e fattuali, si aggiunge una nuova interessante ipotesi: può l’inquinamento atmosferico essere veicolo di trasmissione del virus? Un conto, infatti, è dire che l’inquinamento rende le persone più vulnerabili al virus; un altro conto è dire che l’inquinamento aiuta il virus a diffondersi (si veda l’articolo del Sole24Ore sulla relazione tra virus e inquinamento: https://www.ilsole24ore.com/art/l-inquinamento-particolato-ha-agevolato-diffusione-coronavirus-ADCbb0D). Rispetto alle politiche di lotta all’inquinamento, e nell’alveo del Green New Deal europeo, un progetto come Pulvirus può davvero concorrere a dare una mano d’aiuto, soprattutto nel dipanare questo dubbio, che nel corso dei mesi più duri si è imposto con forza tra le fila degli esperti del settore, sfondando però anche il muro dell’opinione pubblica.

Oltre a questo aspetto, Pulvirus vuole approfondire, più nello specifico, le interazioni fisiche, chimiche e biologiche fra polveri sottili e virus, e gli effetti del lockdown sull’inquinamento atmosferico e sui gas serra. La banca dati cui si rivolge è costituita dalla normale attività di ricerca che viene svolta negli istituti coinvolti e nelle ARPA delle regioni italiane. È da lì che si è partiti per aumentare la conoscenza di questo tema, e per mettere a sistema tutti i dati che vengono elaborati individualmente da ciascuna istituzione.

Nella pratica, il progetto, assai articolato, prevede diverse analisi sui dati esistenti delle reti di misura dell’inquinamento (sia nazionali che regionali), applicazioni modellistiche e di simulazione della possibilità di adesione del virus al particolato atmosferico, e analisi di campioni raccolti in loco. Come è facile intuire, si tratta di un progetto di lunga lena, che però promette non solo di portare all’attenzione delle istituzioni risultati stabili già alla fine dell’anno, ma soprattutto di garantire, in prospettiva futura, uno studio analitico annuale che renda chiari e puntuali gli obiettivi che una buona politica sostenibile deve perseguire per far fronte al problema della salvaguardia ambientale.

Sulla strada verso condotte sempre più sostenibili vi sono quindi importanti lezioni che possiamo imparare. Al di là dei preziosi risultati che potrà fornirci questo progetto, un insegnamento valido si è già dispiegato: è solo ritrovando un equilibrio, un distanziamento e una riduzione della pressione che l’uomo fa sulla natura, che possiamo avere veramente un futuro su questa terra. Non dobbiamo dimenticare che anche se nel corso del lockdown abbiamo avuto una riduzione delle emissioni di gas serra, di gas clima-alteranti e di CO2, siamo comunque ancora molto lontani dall’evidenziare un segnale climatico positivo. Quello del progetto PULVIRUS è perciò un grandissimo esperimento volontario che può consentire di disegnare delle politiche sincrone che servano per il futuro.

Per approfondire:
– https://www.ilsole24ore.com/art/coronavirus-e-inquinamento-ecco-come-stanno-davvero-cose-ADYzr7E
– https://www.infodata.ilsole24ore.com/2020/07/15/inquinamento-covid-19-esiste-relazione/
– https://www.ricicla.tv/pulvirus-inquinamento-complice-covid

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